«Una generazione nuova per l’Italia e per l’Europa»
Contributo alla piattaforma politica proposta da Piero Fassino - 8 ottobre 2004
Il congresso dei Ds ha il compito di proporre una strada ad un Paese giunto, sfiduciato ed insicuro, ad un bivio. Da una parte c’è la rassegnazione al declino, dall’altra ci sono tutte le opportunità e tutte le sfide, che ci vengono dalla scelta di stare in Europa. Un’Europa che ci offre un modello di convivenza e di cooperazione alla quale manca l’apporto dell’Italia per diventare davvero protagonista di un nuovo equilibrio globale. Quattro anni di governo della destra hanno reso più gravi i ritardi dell’Italia e hanno diminuito il nostro prestigio nel mondo. Noi non vogliamo rassegnarci ed è per questo che crediamo indispensabile ed urgente unire ad un progetto per il futuro una proposta credibile sugli strumenti per realizzarlo. Non possiamo accontentarci di quello che passa il convento del centrosinistra. Proprio perché la sfida sarà difficile ci serve un’organizzazione dell’Ulivo all’altezza della situazione.
La proposta di mozione presentata da Piero Fassino risponde in modo efficace a questi temi. Per vincere questa sfida e far crescere il Paese c’è bisogno di una coraggiosa azione di modernizzazione della società italiana. Dobbiamo rimettere in azione un motore che si è bloccato tornando ad investire sul futuro. Si tratta di tenere insieme equità ed efficienza, innovazione e coesione. Modernizzare significa anche evitare che energie, risorse ed intelligenze vadano disperse, frenate o impedite da vincoli burocratici, da differenze geografiche, sociali o di sesso. É un Paese più ricco quello dove un bambino del sud ed uno del nord, un italiano figlio di italiani ed un italiano figlio di cinesi hanno le stesse possibilità di contribuire alla crescita della collettività, dove per fare il professionista non devi per forza essere figlio di un professionista, per fare il professore universitario essere protetto da un professore, per mettere su famiglia ereditare una casa dalla nonna. É un paese più ricco quello dove esistono banche che finanziano le idee e i progetti e non ti chiedono il 740 di tuo padre, dove un ragazzo e una ragazza hanno le stesse possibilità di riuscire.
In sostanza il Paese ha bisogno di uno slancio, il suo sviluppo dipende da questo, da quanto una forza riformista come la nostra, sarà in grado di ridisegnare l’insieme delle regole di questo capitalismo, scardinando le rendite di posizione, che inquinano e indeboliscono lo stesso processo produttivo, creando la certezza della regole affinché finalmente possa emergere il merito. In tutti i campi. È a queste condizioni che si selezionano le nuovi classi dirigenti – fatte di giovani, uomini e donne – all’altezza della loro funzione. É un paese più ricco perché dispone di più energie per rinnovarsi, perché può puntare e investire sulla formazione e la ricerca, cardini di una società della conoscenza, sapendo che su quel fronte si gioca una gran parte della scommessa per il futuro. Per fare questo non basta riprendere il discorso dove lo ha lasciato il centro sinistra al governo.
Per reperire risorse e tutelare chi non lo è va affrontato il nodo della riforma dello stato sociale prendendo finalmente atto che il mondo è profondamente cambiato da quando è nato il nostro sistema di protezione. Ci sono, per fortuna, più anziani, il mondo del lavoro è più complesso, le donne lavorano più che in passato, il termine famiglia cambia di significato. Serve uno stato sociale che faccia i conti con queste novità, che offra forme di sostegno più articolate a progetti di vita più differenziati che in passato.
Un cambiamento così ambizioso, impone scelte difficili e suscita resistenze perché mette in discussione rendite e privilegi, interessi consolidati e talvolta il senso comune prevalente. Per questo non basta una coalizione purché sia, occorre un’alleanza programmatica in grado di reggere la strada ed un soggetto riformista che la traini, che faccia quello che nel resto d’Europa fanno le forze socialiste e socialdemocratiche. Quel soggetto per noi è la federazione, è la forma adatta a tenere insieme le culture e le forze riformiste che si sono affermate nella storia italiana, è una forma aperta che consente nuovi apporti di forze politiche associazioni, singoli cittadini del popolo dell’Ulivo, di recepire gli impulsi al cambiamento che vengono dai movimenti.
Per farle svolgere il ruolo di guida della coalizione occorrono però delle regole che consentano di far partecipare alle decisioni e contemporaneamente decidere in tempo utile. Regole in grado di smentire chi sostiene che l’efficacia in politica può derivare soltanto dal modello di un “uomo solo al comando”.
Su alcune materie deve decidere la federazione perché vogliamo che sulle questioni cruciali l’Ulivo, a differenza che in passato, si costringa a parlare con una voce sola. Quello che ci aspettiamo dalla federazione non è moderazione ma capacità di incidere. Tanto più è ambizioso il progetto di cambiamento tanto più abbiamo bisogno di uno strumento politico in grado di agire efficacemente sulla realtà.
In prima fila, di fronte al bivio sul quale è collocata l’Italia c’è una generazione. La prima a subire le conseguenze della crisi del modello di sviluppo postbellico. Una parte di questa generazione, non senza difficoltà, si è affermata nel lavoro, nelle professioni, nella ricerca, nelle associazioni e nella politica. Una parte, e non sempre la meno capace, fa i conti ancora con la precarietà e con gli ostacoli di una società poco proiettata al futuro. Il nostro progetto di modernizzazione deve parlare a tutta questa generazione per più ragioni. La prima e la più banale è che senza di loro non si vince. La seconda è che sono i più direttamente interessati al problema, ma anche i più diffidenti, non suggestionati da impalcature ideologiche ed anche più esasperati dallo scarto tra il modello di affermazione individualistica che gli anni ‘80 hanno proposto e le esperienze concrete. La terza è che a loro bisogna rivolgersi per affrontare uno dei problemi strutturali dell’Italia di oggi: la debolezza delle classi dirigenti, uno dei riflessi del declino. Questa debolezza è, infatti, la conseguenza della crisi delle istituzioni e dei soggetti che tradizionalmente hanno selezionato la classe dirigente: l’Università, la grande impresa, i partiti, i sindacati.
I Ds per la loro parte, e non è poca, possono contribuire ad affrontare questo nodo attingendo al pezzo di questa generazione che ha in se e vicino a sé.
Ci sono tante esperienze disperse da utilizzare, potenzialmente in grado non solo di rappresentare questa generazione nuova ma di contribuire ad interpretare e governare le nuove esigenze del Paese. Si può così rispondere con un ambizioso disegno di rinnovamento anche al decennio dell’”antipolitica”, nessun Paese, infatti, può affrontare una stagione di riforme senza istituzioni forti ed una politica pienamente legittimata.
Noi non vogliamo dare voce ad un disagio che pure c’è ma porre un problema politico: l’asse di un progetto riformista non può che passare per questa generazione e per la valorizzazione dell’esperienza, della cultura e dei valori di cui sono portatori.
La proposta politica della federazione avrà successo se concepita come tappa intermedia verso un soggetto politico ampio, plurale e federato, che unisca le culture progressiste e riformiste, i Ds potranno essere il motore di questo processo quanto più sapranno promuovere una nuova generazione di dirigenti che abbia l’Europa come punto di riferimento politico essenziale, una generazione non segnata dalle divisioni ideologiche del passato ed anche per questo in grado di farsi più agevolmente interprete di questa fase storica della domanda di unità delle forze riformiste che da essa emerge. Bisogna per ciò continuare ad investire su nuove energie, attingendo alla pluralità di esperienze maturate in questi anni, nel partito, nel governo locale, nelle associazioni, nel mondo del lavoro e delle professioni.
D’altra parte, all’interno dell’Ulivo ci si sta gia cimentando su chi saprà meglio di altri farsi interprete e rappresentante delle nuove domande che emergono dalla società in transizione. I Democratici di Sinistra hanno la possibilità di essere all’avanguardia in questa partita credendoci fino in fondo.
A Pesaro la sfida lanciata era stata: “O si cambia o si muore”. Oggi, grazie al lavoro di questi anni, la sfida che dobbiamo saper raccogliere è: “Innovare per vincere!”
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